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LA BACHECA
La
voglia di ritrovarsi..
di Franco Emilio Carlino
Era il Natale del 1973, e
l’atmosfera immergeva tutti in qualcosa di magico.
La casa materna, a Mandatoriccio, sembrava avvolta da un’aria che sapeva
di antico. Sorgeva adagiata sui fianchi della collina, a 565 metri
d’altezza, in via Cava, dove l’odore pungente dei camini accesi si
mescolava a quello del pane appena sfornato. L’aria natalizia tagliava
la pelle come una lama ben affilata, ma dentro casa, i vetri appannati
raccontavano un'altra storia: quella di ritorni, delle mani infarinate,
delle voci accavallate in cucina, e del profumo del Natale che,
finalmente, si affacciava.
Il paese era addobbato come sempre. Le luci gialle, appese tra i balconi
e tra le vie strette del centro, tremolavano leggere, come a voler
accompagnare il rientro silenzioso delle famiglie che, per qualche
giorno, tornavano a riempire le case svuotate dai mesi. In piazza, il
presepe e l’aria di dicembre che portava con sé il profumo dei dolci
fritti. Ogni famiglia si preparava a vivere le giornate più intense
dell’anno: il Natale, il Capodanno, l’Epifania.
Anche la casa di Edoardo e Francesca tornava a respirare. Era un anno
speciale. O forse, semplicemente, era l'anno del ritorno.
Emilio era tornato. Si era congedato da qualche mese, quindi aveva già
avuto modo di rientrare e riambientarsi, ma questo era il primo Natale
in famiglia dopo l’esperienza militare: ordini, sveglie all’alba, brande
e lettere scritte a casa. Il congedo era arrivato come un sollievo, ed
Emilio era pronto a riprendere la vita normale. Perché in fondo, il
militare ti cambia, ti indurisce, ti fa uomo anche se non sei pronto.
L’anno precedente, il Natale era stato più silenzioso: Emilio non c’era.
Ma adesso era lì. E quel Natale era il primo vissuto di nuovo insieme,
dove la voglia di famiglia si faceva più forte, più presente, quasi
necessaria. Emilio non era più il ragazzo di prima. Qualcosa nel suo
sguardo era cambiato: meno fretta, più ascolto. Un modo diverso di
stare. I suoi genitori lo osservavano con una tenerezza nuova, quella
che si riserva a chi è partito per forza e ora è tornato. Appena
arrivato, il padre lo aveva stretto forte, forse più del necessario. «Mi
sembri più alto», aveva detto. «Forse sei tu che ti sei un po’
abbassato, papà». E poi erano entrati in casa, tutti insieme, come se il
tempo potesse ricucirsi con un solo abbraccio. Ad aspettare il Natale
con lo stesso entusiasmo di un tempo c’erano mamma Francesca, papà
Edoardo, e le due sorelle Marianna ed Elisabetta.
Edoardo, il padre, compiva gli anni il 5 gennaio. Era una tradizione:
ogni anno, quel giorno diventava una seconda vigilia di festa. Un pranzo
lungo, dolci ovunque, chiacchiere e tombolate fino a notte. Un momento
tutto loro, anche se spesso allargato a parenti o amici di famiglia. Ma
l’anno prima quella tavola era rimasta più silenziosa. Emilio era
lontano, e nessuno aveva davvero voglia di festeggiare. Quell’anno,
però, la voglia di ritrovarsi era diventata un bisogno.
Francesca aveva iniziato a impastare già il 30 dicembre. Le sue mani
decise, conoscevano a memoria i gesti tramandati da sua madre e dalla
suocera Angelina: pasta per i manícuatti, crústuli,
scalílle, il ripieno per le chinulílle, il miele profumato di
cannella per avvolgere i turdílli. In cucina, accanto a lei,
Marianna leggeva la ricetta da un vecchio quaderno unto di farina,
mentre Elisabetta preparava le decorazioni per la tavola: rami di
pungitopo e arance secche infilzate con chiodi di
garofano. «Mamma, ma davvero papà vuole i manícuatti fritti e non al
forno?» «Li ha sempre voluti così, fritti come li faceva la nonna. È la
sua festa».
Quel chiacchierare tra loro tre in cucina scacciava via le ombre
dell’anno passato. La notte del 4 gennaio, il paese era in silenzio.
Solo qualche finestra accesa lasciava intravedere sagome che si
muovevano dentro le case. In piazza, le luci natalizie brillavano come
stelle basse, sospese su un presepe di pietra e muschio allestito sotto
l’albero. Emilio si era fermato lì, da solo, dopo una passeggiata. Aveva
incontrato amici d'infanzia, rivisto volti che non vedeva da più di un
anno. Tutti gli chiedevano della vita militare, del freddo al nord,
delle notti in branda. Ma nessuno poteva capire cosa si portasse dentro.
Quella sera, mentre osservava il presepe, capì che non era tornato solo
per le feste. Era tornato in mezzo a tutto ciò che aveva lasciato: i
profumi, i silenzi, i battibecchi tra sorelle, la voce di suo padre che
raccontava gli stessi aneddoti di sempre, le mani di sua madre che non
si fermavano mai. Tutto era casa. E finalmente, domani sarebbe stato il
compleanno di Edoardo. Un giorno di festa. Un giorno di famiglia. Un
giorno di ritorni.
Il 5 gennaio a Mandatoriccio non era mai un giorno come gli altri,
almeno non per la famiglia di Edoardo. In paese, lo sapevano tutti: la
casa sulla collina si riempiva di profumi, di voci, di piatti che
uscivano in fila dalla cucina come in un piccolo ristorante casalingo.
Era così da sempre, da quando i figli erano piccoli e si rubavano le
caramelle dai cesti preparati per la Befana, mentre Francesca correva
dietro alle pentole con un grembiule sempre imbrattato di zucchero a
velo.
Quell’anno, l’atmosfera era più viva del solito. Dopo un Natale già
intenso di emozioni, quella giornata sembrava il culmine di qualcosa che
si stava ricostruendo con delicatezza: il senso del tempo passato
insieme, del contatto ritrovato, del calore che solo la casa di famiglia
sa dare.
Edoardo compiva cinquant’anni, un traguardo importante. Ma non era uno
che dava troppo peso ai numeri. Ciò che contava davvero per lui era
vedere seduti alla stessa tavola tutti i suoi figli, soprattutto Emilio,
che dopo il congedo aveva ripreso a lavorare come docente nelle Scuole
Medie del paese.
La mattina del 5 gennaio iniziò con il suono secco della moka che
sbuffava sul fornello. Francesca era già in piedi da un pezzo. Aveva
preparato la torta al limone per la colazione – quella che piaceva a
Emilio – e stava già impastando per il pranzo, mentre sul fuoco si
arrostivano alcune fette di pane da inzuppare nel latte di capra
contenuto in un pentolino. Una squisitezza di cui Emilio andava ghiotto.
La tavola in sala da pranzo era lunga, allungata con due tavole aggiunte
nell’incavo. Sopra, la tovaglia rossa natalizia ricamata, quella
“buona”, che veniva fuori solo per le feste vere. Marianna ed Elisabetta
erano in cucina con la madre e la zia Franca, tra verdure da lavare,
tovaglioli da piegare, dolci da sistemare nei piatti di ceramica. La
radio suonava vecchie canzoni, come piacevano a Edoardo, mentre fuori
una nebbiolina leggera velava i tetti del paese.
Prima dell’ora di pranzo arrivarono i primi ospiti: alcuni fratelli,
sorelle e cognati, poi i nipoti con i regali per il festeggiato. Ma il
regalo più grande, Edoardo lo guardava seduto in fondo alla tavola:
vedere lì Emilio, più serio ma anche più uomo, che si lasciava andare
alle risate dei cugini e conversava con serenità. Ed era tutto ciò che
desiderava.
Durante il pranzo, i piatti si susseguivano come un rito: antipasti con
salumi fatti in casa, frittelle di zucca, melanzane grigliate. Poi i
cannelloni, le polpette al sugo, e le verdure ripiene. E infine, la
carrellata dei dolci: turdílli, manícuatti, crústuli, scalílle,
chinulílle, i mostaccioli, croccanti, le chiacchiere spolverate di
zucchero, i fichi secchi col miele.
Emilio aiutava a servire, assaggiava un po’ di vino insieme ai cugini e,
ogni tanto, si ritirava in cucina con la mamma Francesca, che non si
fermava mai. «Mamma, ma ti sei fermata dieci minuti?» «Con tutto questo
ben di Dio da portare in tavola? Magari dopo...». «Vieni, ti sostituisco
io». Lei lo guardò. In quegli occhi c’era qualcosa di nuovo. Un rispetto
maturo, una riconoscenza silenziosa. Lo lasciò fare, e quel gesto,
parlava di fiducia, di amore, più di mille parole, Nel pomeriggio, si
fecero spazio le chiacchiere e le tombolate. Le cugine gridavano i
numeri come venditrici al mercato, mentre Elisabetta e Marianna erano
intente ad aiutare la mamma in cucina a preparare il caffè e a sistemare
i piatti. Emilio si era seduto accanto al padre. Parlavano poco, ma ogni
tanto si scambiavano sguardi complici. «Hai pensato a cosa vuoi fare?»
chiese Edoardo, senza distogliere lo sguardo dalla tombola. «Sto
cercando di prepararmi il concorso per l’immissione in ruolo». Edoardo
fece un mezzo sorriso e annuì. Fu allora che Emilio capì. Quella
giornata non era solo un compleanno. Era un passaggio, un modo per
ricordare che, anche se il tempo cambia le persone, certe radici non
smettono mai di parlare.
Quando scese la sera, fuori ricominciava a far freddo. Ma in casa, tra
gli abbracci degli ospiti che se ne andavano, i resti di dolci da finire
e le ultime risate stanche, rimaneva il senso pieno di una festa
riuscita. Francesca si sedette finalmente accanto al camino. Marianna
sparecchiava con calma le ultime cose presenti in tavola, Elisabetta
stava seduta vicino alla mamma, ed Emilio aiutava portando via i
bicchieri. Edoardo li guardò tutti. Era stanco, ma felice. «Mi sa che
questo è stato il compleanno più bello degli ultimi anni». Francesca
alzò lo sguardo e sorrise. «Perché ci siamo
tutti». E nessuno aggiunse altro. Perché, in fondo, bastava questo.
Il giorno dell’Epifania si presentò silenzioso, quasi irreale. Dopo lo
scompiglio gioioso del compleanno di Edoardo, la casa sembrava voler
riprendere fiato. Le luci dell’albero ancora accese, le tovaglie da
lavare ammassate sul tavolo, e un silenzio dolce che riempiva le stanze,
come quando gli ospiti se ne vanno e restano solo le briciole e i
ricordi. Fuori, una pioggia sottile cadeva sulla vallata verso la
Chiusa. Il cielo sembrava cotone grigio, ma in casa c’era ancora una
certa luminosità. L’aria profumava di caffè e panettone tagliato a
fette. Emilio si era svegliato prima delle sorelle. Scese in cucina in
pantofole e trovò sua madre già operosa davanti al fuoco e al forno
acceso. «Mamma, ma non ti fermi mai?» Francesca si voltò con un sorriso
stanco. «Sto solo riscaldando i resti di ieri... oggi si mangia
leggero».
Accese la radio, e mentre una voce raccontava della Befana che “tutte le
feste si porta via”, Emilio si sedette accanto a lei. «Ti ricordi quando
da piccoli ci facevi trovare la calza piena di cioccolatini e
mandarini?» «E qualche pezzetto di carbone, se avevate fatto i monelli».
«Sempre solo io lo beccavo, però». «Eppure, eri quello con gli occhi più
buoni». Sorrisero insieme. Era un momento raro, uno di quelli che non ha
bisogno di parole. Emilio si accorse di quanto fosse cambiato in poco
tempo. Lontano da casa, tutto sembrava più difficile. Ma lì, in cucina,
con il profumo dei dolci e il calore del camino, tutto aveva di nuovo un
senso.
Dopo pranzo, la pioggia lasciò spazio a un cielo limpido, e una luce
dorata filtrava tra i rami secchi degli alberi nella vallata. Emilio
andò da solo verso il vecchio campo dove giocava da ragazzo. Il terreno
era umido, l’erba bassa, e qualche foglia ancora appesa agli ulivi. Da
lì si vedeva tutto il paese, con le case strette tra loro, come se si
tenessero abbracciate per ripararsi dal freddo. Nel pomeriggio,
tornarono tutti a casa. Non c’erano più ospiti, solo loro cinque. La
famiglia. La tavola era più piccola, ma carica dello stesso calore.
Edoardo, con la voce roca dal troppo parlare del giorno prima,
raccontava un aneddoto di quando lui, da piccolo, era salito sul tetto
per vedere se la Befana lasciava davvero le calze nel camino. Quella
sera, accanto al camino acceso, mentre la pioggia ricominciava a battere
leggera sul tetto, si sedettero tutti insieme per raccontarsi. E in quel
momento, tutti sentirono che era vero: non servivano grandi eventi,
regali o viaggi. Bastava esserci. Davvero. Con il cuore aperto. Con la
voglia sincera di ritrovarsi.
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